TESTÍCULO - Es el "pequeño testigo" de la virilidad de un hombre. No es raro (y nunca lo fue) que los padres muestren a sus amigos los testículos de sus bebés, como prueba de la condición viril de sus herederos varones.
En latín, testículos es un diminutivo de testis (testigo).
Non l'ho mai sopportato. Lo consideravo arrogante, presuntuoso ed ossequiente. "Lui non mi ha mai rappresentato" erano le mie solite parole quando si parlava del suo talento universale e perenne. Comunque, dentro di me c'era una grande curiosità di conoscerlo. In fondo in fondo, non l'odiavo. Quel giorno è arrivato. L'ho visto da vicinissimo. Ho urlato il suo nome come non avrei maaaai pensato di fare. Ho pregato perché le pile della macchina fotografica tenessero botta perché se si fosse avvicinato ancora di più, avrei potuto fare una foto paurosa. Le pile si sono scaricate totalmente e lui si è avvicinato tantissimo ma fortunatamente non è arrivato proprio davanti a me. Altrimenti avrei ballato un malambo sulla nostra vecchia Canon per avermi fatto il bidone in un avvenimento da far strappare i capelli ai cittadini del Mondo. Lui, i suoi muscoli, il suo sorriso e le sue braccia visibilmente tatuate. I mitici capelli da vicino sembrano più corti ed il suo fisico si stava riabituando piano piano a diventare come prima. Eccolo arrivare, come il più grande fra tutti i grandi. La folla si avvicinò alla sua Mercedes che andava lentamente decisa a parcheggiare. Eravamo una cinquantina e ciò mi ha permesso di vederti vicino come non avrei mai pensato di fare. Tu, seppur superbo, rimani sempre il più grande.
Proprio oggi, due anni addietro, vedevo Diego Armando Maradona per la prima volta a Cesenatico, RN.
Tre mesi più tardi, c'è anche stata una seconda volta, ma allora non era solo lui IL personaggio da ammirare.
Tamarro è un termine usato principalmente con connotazione dispregiativa, che indica in genere una persona rozza; deriva dall'arabo tamario o tamaro (venditore di datteri). Nel paragone con la vite coltivata, il tamarro era perciò la pianta che - non curata - non dava frutto o non ne dava di buono. Con questo senso metaforico si diffuse. Le principali associazioni che questi termini evocano riguardano l'aderenza a certi modelli comportamentali (relativi al vestiario, ai modi di convivenza sociale, alle forme di intrattenimento, agli interessi) e al ceto di appartenenza spesso in qualche modo legato al luogo di provenienza.
Wikipedia.org
Il tamarro (detto anche Discotecaro)
è facilmente riconoscibile. Solitamente, veste gli jeans aderenti modello "stritola palle", scarpe da tennis vistose, magliette attillatissime, portano i capelli ingellati e gli occhiali da sole in qualsiasi periodo della giornata e dell'anno. Una caratteristica immancabile ad un buon tamarro: è lampadato all'inverosimile.

ll tamarro scelto dal presente blog sfoggia una pietosa maglietta nera e gli occhiali da Tamarro D.O.C.
In Argentina, il tamarro sarebbe un grasa e, come in Italiano, questa parola non ha una connotazione negativa quanto alla condizione economica del personaggio in questione. Per essere "grasa" non occorre essere poveri. Tuttavia, ho notato che il TAMARRO italiano non corrisponde al GRASA argentino. Per intenderci, il vero grasa argentino porta il cellulare legato al collo o sulla cintura; i maschi over 50, si tingono i capelli color rame; assolutamente da condannare il mignolo alzato intanto che si beve; chiamare i figli con i nomi delle marche più prestigiose (Chanel Totti) oppure scegliere Brian o Jennifer per chi fa Cirullo di cognome. Ecco a voi un esemplare del nostro beneamato grasa argentino.

Molte sono le caratteristiche che li contraddistinguono, ma condividono l'essere attorniati da un nutrito gruppo di imbecilli come loro. De gustibus non disputandum est.
Buenos Aires è una città affascinante, superba, incantevole ed eccelsa...
lo dicono pure i Coldplay.


TRIESTE - [...] A sentire le reazioni del Congresso sul Turismo, promossa da Confindustria, il Belpaese sta perdendo sempre più colpi sul piano del turismo internazionale ed uno dei motivi principali sarebbe la mancanza di un vero e proprio coordinamento a livello nazionale.

Scompaiono francese e tedesco
Italiano quarta lingua tra i blog
L'idioma più usato è, a sorpresa, il giapponese, che strappa la prima posizione all'inglese. Terzo il cinese. [...]. Ebbene quella che viene oramai definita blogosfera, neologismo diffuso nel 2001 tra i blog di guerra, aumenta vertiginosamente il suo volume: sono 72 milioni i bloggers nel mondo. I blog (o diari in rete) sono fortemente interconnessi: i bloggers leggono i diari altrui, li linkano (creano dei collegamenti), e li citano nei propri post (messaggi pubblicati). [...] La notizia davvero particolare è che l'italiano si trova al quarto posto nella statistica sui linguaggi più utilizzati tra gli autori.
CLASSIFICA - In cima alla classifica troviamo il Giapponese che strappa all'inglese il predominio che ci saremmo aspettati, a seguire con grinta il Cinese che, nonostante le rigide regole sociali e politiche applicate in campo tecnologico, arriva al il terzo posto. Ed ecco comparire l'italiano che nonostante abbia una diffusione globale meno ampia dello spagnolo, lo supera, aggiudicandosi il quarto posto. Praticamente scompaiono tedesco e francese in favore di un altro risultato interessante, la presenza tra i primi 10 della lingua Farsi (più comunemente il persiano), l’idioma parlato in Iran.
Hanay Raya
Corriere.it
Cassazione, il 'vaffa' non è un'offesa
"Ormai fa parte del linguaggio comune". Assolto un consigliere comunale di Giulianova che se l'era presa col vicesindaco: "certe parole e frasi ormai non hanno più un carattere offensivo"
Repubblica.it
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Questa volta è capitato al Consolato Generale d'Italia nella mia città. Ero seduta, un po' a contemplare la foto dell'Eccmo. Presidente della Repubblica Italiana, un po' a pregare perché i numeri scorrano più velocemente poiché sentivo il fondoschiena piatto come un asso da stiro. Questa volta però avevo lasciato a casa il riproduttore mp3 per auto-promuovere la lettura. Ho portato dietro La Tregua di Primo Levi. L'ho comprato a marzo 2005 e lo leggo da allora. Dorme per mesi sullo scaffale, accanto a "Il Codice Da Vinci". Per colpa di questi due libri ho preso l'abitudine di evidenziare ogni cosa importante per evitare rileggere tra le righe l'ultimo capitolo letto in precedenza. Fatto sta che il mio mp3 mi è utile, in primo luogo, per far sì che l'attesa non sembri eterna e poi, come spray antivecchietto/a annoiato/a voglioso di trovare un orecchio disponibile per parlarci del figlio -naturalmente il più ricco del quartiere-, dei nipoti -i più intelligenti della classe e dell'intera scuola- e compagnia bella. Serve persino con le pile scariche: basta mettersi le cuffie e chi ti viene a dire qualcosa??? Beh, quel giorno ho preferito lasciarlo al solito posto. Vorrei leggere come lo facevo una volta, e ci sono riuscita finché una signora in apparenza molto simpatica, mi ha chiesto il classico "che numero hanno chiamato?" e dietro di lei, eccolo l'immenso e scintillante "52".
Abbiamo parlato per una ventina di minuti. Mi ha detto che doveva fare una pratica anche al secondo piano, però siccome ce n'erano 50 persone davanti a lei, ha voluto approfittarne per prendere due piccioni con una fava, e togliersi un dubbio nel primo piano. Sembra che non sia la sua prima volta lì dentro. L'attessa non la irritava, anzi. Era contenta. Mi ha detto che aveva più di sessant'anni e che doveva fare nonsocosa per nonsochi. Il rossetto mi ha distolto l'attenzione, le parole svolazzavano tra i suoi denti ed io sentivo senza ascoltare. Annuivo solo. Alla fine era in gambissima. Aveva il numero diciassette, toccava prima a lei. Mancava poco. Chiamano il quattordici, però siamo solo noi due ad aspettare. Quindici, e naturalmente nessuno si alza. Però lei si prepara, prende tutte le borse, mi guarda e mi fa, tutta sorridente: "allooooora?.... quando chiamano il diciacei"? [sic] "daiiiiiiiiii suuuuuuuu". Ho sorriso pensando alla sua trovata. Diciacei.... jejeje... simpatico... finora avevo sentito dire solo diciasei, mai finirò di stupirmi. Perché sono infinite le storie come queste, parole orribilmente italianizzate, a volte sull'orlo della mancanza di rispetto. Perché inventare (a mio avviso) è sottostimare una lingua. Non andiamo mica a Parigi a dire "monsieur si vu plé porté un café petit senzá zucheró?" Comunque, stavolta l'ho presa bene. Simpatica lei, ed il suo diciacei. Il sorriso, tuttavia, è durato poco. Subito dopo la gag, mi ha detto molto seriamente: "sono due anni che studio l'Italiano... lo so parlare
ma faccio fatica a scriverlo". MAVVA...! dicessi almeno diciasei.... ma fammi capire perché l'Italiano si parla CON L'ACCENTO anziché con parole ESISTENTI SUL VOCABOLARIO?
Ne ho sempre sentite di tutti i colori, mai però, ho avuto l'occasione di avere la certezza che quanto sentito fosse vero. E invece, questa lettera pare non sia stata inventata. L'ho letta un paio di mesi fa, e l'ho salvata sull'elaboratore elettronico (in questo blog PRO Italiano, non scriverei maaaai e poi maaaai la parola comput*r). È stata tratta dalla rubrica del Corriere della Sera online "Bon Ton" di Lina Sotis. Leggete, leggete.

Bisogna saper parlare italiano per essere italiani?
SEVERGNINI RILANCIA SUL CORRIERE LA SUA PROPOSTA DI SUBORDINARE LA CITTADINANZA ITALIANA ALLA CONOSCENZA DELL'ITALIANO.
"Noi italiani riusciremo anche simpatici, ma siamo una nazione di pazzi scatenati. Introduciamo la legge sulla cittadinanza più generosa del pianeta - basta un trisnonno nato in Italia, e si può essere cittadini stranieri residenti all'estero - e non chiediamo NEPPURE una minima, timida, basilare conoscenza della lingua italiana. Se ci pensate, è pazzesco. Lo fanno tutti gli Stati del mondo. Lo fa la Svezia e la Svizzera (tre lingue), il Canada e l'Estonia, l'Australia e gli Stati Uniti. Lo fa il Brasile". [...] In questo viaggio in Sud America - tre Paesi, sei grandi città - mi sono reso conto che l'introduzione del "requisito della lingua" avrebbe tre grossi vantaggi e risolverebbe, di colpo, altrettanti problemi.
Il primo: è giusto e opportuno. Imparare la lingua è la prima prova d'interesse e amore per un Paese. Gli opportunisti - quelli che vogliono il passaporto italiano per far compere a Miami, e/o volare in Spagna senza visto (e quanti sono!) - verranno scoraggiati. Lo stesso vale per i superficiali. In questa categoria metto, e mi dispiace, Marisa Lula, moglie del presidente brasiliano. La signora ha detto d'aver chiesto (e ottenuto) il passaporto italiano per il bene dei figli ("Non si sa mai!"), ma di non capire le istruzioni per il voto. Due affermazioni bizzarre in un colpo solo: complimenti.
Secondo vantaggio: l'obbligo di conoscenza della lingua ridurrebbe il numero delle domande, e sfoltirebbe le folli liste d'attesa (in Argentina e Brasile si parla ormai di 2010). I nostri consolati sono allo stremo: non solo devono affrontare l'onda anomala delle richieste, ma inseguire gli aventi diritto al voto (dopo le elezioni, ci sono i referendum). A proposito: perché cavolo bisogna inseguire la gente e pregarla di votare, spedendo plichi che vanno perduti secondo elenchi impossibili da aggiornare? Se il voto è un diritto, gli aventi diritto si facciano avanti. O no?
Terzo vantaggio. La necessità della lingua per il passaporto porterebbe gente, interesse e soldi ai nostri Istituti di Cultura (che ne hanno bisogno). Metterebbe il turbo alle attività italiane all'estero (dai commerci all'editoria, dal cinema al teatro). Aiuterebbe i nuovi italiani nel mondo a entrare nella vita nazionale (penso al lavoro, ai viaggi, ai media).
Ripeto. Una modifica in questo senso non è crudele: scoraggia invece i pigri e i furbi, e aiuta tutti gli altri. [...] Avanti, dunque. Che aspettiamo?".
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